Giuseppe Cristinelli

Architetto

PUBBLICAZIONI

"Santa Maria della Steccata a Parma", rilievi grafici e fotografici a cura di Giuseppe Cristinelli Franco Greghi, sta in "L'architettura, cronache e storia", n.159, anno XIV, n. 9, gennaio 1969, pagg. 680-687.
L’autore dell’articolo riprende gli studi storici e gli elaborati forniti da G.C. e da Franco Greghi, al corso di Storia dell’Architettura, tenuto da Bruno Zevi, nell’A.A. 1958-59. L’imponente Chiesa di Santa Maria della Steccata viene ad essere oggetto di un rilievo grafico in scala 1:100 completo di planimetrie, sezioni e prospetti, nonché di particolari architettonici in scala 1:20 e 1:10. Interessante è anche la documentazione fotografica riportata nell’articolo.

"I piani urbanistici della penisola del Cavallino", sta in "Rivista veneta", n. 11/13, ottobre 1969, Marsilio Editori, Padova, pagg.12-24.
L’articolo, scritto con Mario Avon e Franco Bortoluzzi, precisa gli obiettivi e il metodo con i quali si viene affrontando il progetto urbanistico di queste aree settentrionali della Laguna di Venezia e dei suoi nuclei abitati. Per ciascuno di questi si indicano direttive di recupero urbano all’interno di una precisata definizione del loro perimetro nel territorio circostante.

"L’area urbana di San Matio a Venezia", sta in "Difesa di Venezia", Alfieri, Venezia, 1970, pagg. 88-91.
L’area di San Matio, denominata anche il "Castelletto", si trova a ridosso del mercato di Rialto, nella parte delimitata da Ruga del Ravano e Ruga degli Orefici, fra Calle delle Beccarie e Campo delle Beccarie, dal Rio delle Beccarie e da Calle Donzella e Campo Sansoni. E’ caratterizzata da un tessuto edilizio fittissimo, molto sviluppato in altezza e compatto, dove la viabilità è costituita da strette calli-campielli di ridotte dimensioni. Il breve saggio, scritto con Egle Trincanato, presenta il lavoro costituito da un gruppo di studenti dell’I.U.A.V e consistente nel rilievo degli edifici dell’area, comprensivo di piante, sezioni e prospetti e un’analisi tipo-morfologica che ne pone in risalto le strette connessioni fra il costruito e gli spazi scoperti.

"La chiesa di San Marco", sta in A.A.V.V., "La piazza San Marco", Marsilio Editori, Padova, 1970, pagg. 95-109.
La basilica veneziana viene analizzata nel contesto storico culturale tardo antico e bizantino che aveva caratterizzato la città di Venezia fin dalla sua fondazione. L’attuale chiesa contariniana viene fatta oggetto di lettura anche in relazione della precedente costruzione longitudinale dell’Orseolo nella quale viene innestato il braccio trasversale dando origine così ad un organismo a croce greca allungata articolato su cinque cupole. Su tale impianto l’autore sviluppa l’analisi delle trasformazioni storiche nei secoli successivi.

"Venezia, Burano e la laguna", sta in A.A.V.V., "Premio Burano 1972", a cura della Azienda Autonoma Soggiorno e Turismo, Fantoni, Venezia, 1972, pagg. 41-45.

Trattasi di un breve articolo, steso assieme a Franco Bortoluzzi, sull’organizzazione morfologica degli spazi settentrionali della laguna veneziana e sui lavori presentati su tale argomento alla mostra organizzata dal "Premio Burano 1972".

"Baldassarre Longhena architetto del Seicento a Venezia", Marsilio Editori, Padova, 1972
.Il testo è un’ampia monografia che prende le mosse da uno studio che inquadra la figura e l’opera dell’architetto veneziano nel contesto politico e socio-culturale della Venezia del Seicento. L’analisi delle opere si conforma ai presupposti rinvenendo in ciascuna di esse quel carattere che sempre ha legato il "kunstwollen" veneziano alla cultura tardo romana e bizantina e rinvenendovi quei caratteri specifici del barocco veneziano che, assieme a quello torinese, verranno poi assunti, qualche decennio più tardi, in ambito europeo e particolarmente in Baviera. L’opera è corredata da un inedito regesto di 23 documenti esistenti presso gli archivi dell’Istituto di Studi Bizantini e Post-Bizantini di Venezia e trascritti.

"Introduzione alle sale VI, VII, VIII, San Marco, il Canal Grande e Rialto", sta in A.A.V.V., "Ritratto di Venezia... breve itinerario della Mostra", Alfieri, Venezia, 1973, pagg. 17-25.
Si tratta di un breve saggio, scritto assieme a B.P. Torsello e a E.R. Trincanato, sull’impianto e sulle trasformazioni morfologiche delle aree di San Marco, del Canal Grande e di Rialto. L’intento è quello di "raccontare il passato di una situazione urbana per comprenderne il significato … attraverso la ricostruzione di uno dei momenti di maggior pregnanza formale degli spazi e degli edifici che lo costituiscono".

"Alcune comunicazioni ed esperienze svolte nell'ambito di un corso di restauro dall'anno 1970 al 1974", a cura dell'Istituto di Rilievo e Restauro della Facoltà di Architettura di Venezia, IUAV, Venezia, 1974.
Il lavoro, edito a cura dell’Istituto di Rilievo e Restauro dell’IUAV, raccoglie le lezioni "ex chattedra" e la programmazione delle esercitazioni didattiche negli anni 1970-’74. È palese l’intento di orientare la didattica del restauro partendo da presupposti di conservazione e recupero dell’edilizia diffusa nel centro storico di Venezia. Particolarmente significative in tal senso sono le "considerazioni sul concetto di Restauro", "La forma urbana di Venezia fra il Duecento e il Cinquecento","Appunti sulla fabbrica a Venezia: lettura delle tecnologie costruttive, cause del degrado e modi di intervento".

"Note per la ricerca di un metodo filologico nello studio della città antica", Marsilio Editori, Venezia-Padova, 1974.
La città moderna non ha né prospettive né certezze. La città storica è luogo di riflessione concettuale per lo studio dei criteri dai quali è stata organizzata. Lo studio di questi criteri, e dei valori che ne costituiscono il sostrato, fa riferimento ad una metodologia strutturalistica di indagine sul reale che si avvale di una trasposizione analogica degli strumenti della filologia letteraria.

"Sulla consistenza tecnologica e sulla connotazione linguistica della struttura edilizia del Rione di Capodimonte ad Ancona", sta in A.A.V.V., "Risanamento e ristrutturazione del Centro Storico di Ancona", Comune di Ancona, Ancona, 1974, pagg.183-202.
Il volume costituisce, ancor oggi, il documento più esaustivo dell’esperienza di progettazione edilizia del Restauro Urbano del Centro Storico di Ancona, il primo esperimento per vastità e livello di approfondimento realizzato in Europa, dopo i grandi interventi post-bellici nei centri storici di Varsavia e di Danzica. Il saggio di G.C. è rivolto specificamente allo studio dei caratteri costruttivi e del lessico figurativo.

"Nota sulle fabbriche dell'Ospedaletto", sta in A.A.V.V., "Arte e musica all'Ospedaletto", Stamperia Veneta, Venezia, 1978, pagg.23-34.
La disamina di un fascio di documenti inediti consente all’autore del saggio interessanti ipotesi, oltre che precisate attribuzioni nei vari momenti di costruzione degli edifici dell’Ospedale, dell’Ospizio e della Chiesa di Santa Maria dei Derelitti a Venezia, consentendo di mettere a fuoco il reale contributo del Longhena, di Giuseppe Sardi e del padre di quest’ultimo, Antonio oltre alla presenza di altri protagonisti minori.

"Baldassarre Longhena, architetto del Seicento a Venezia", seconda edizione corretta e ampliata, Marsilio Editori, Venezia, 1978.
La ristampa della monografia del 1972 è arricchita da una ampia introduzione e da un approfondito regesto di ulteriori documenti inediti che, approfondendo quanto già posto in luce nella "Nota sulle fabbriche dell’Ospedaletto", consente di attribuire l’altare maggiore della Chiesa ad Antonio Sardi invece che al di lui figlio Giuseppe.

"Analisi catastale Venezia-Cannaregio", sta in A.A.V.V., "La città e l'architettura, la città e il territorio...", Venezia, I.U.A.V. - Cracovia, Politecnico, 1978, pagg. 83-86.
La breve nota rende conto dei risultati della ricerca sull’area di Cannaregio a Venezia che comprendono elaborati grafici di rilievo diretto sulla base dei quali vengono svolte le indagini morfo-tipologiche sull’impianto originario, sulle sue trasformazioni sino alla configurazione urbana attuale.

"Per una definizione dei Piani di Coordinamento nel Centro Storico di Venezia", sta in A.A.V.V., "La città e l'architettura, la città e il territorio...", Venezia, I.U.A.V. - Cracovia, Politecnico, 1978, pagg. 87-88.
Il lavoro prende in considerazione gli studi e le ipotesi progettuali di Restauro Urbano per la definizione dei Piani di Comparto in attuazione dei Piani Particolareggiati di Venezia.

"Il Cantiere di restauro", sta in A.A.V.V., "La Scienza e la Conservazione dei Beni Culturali", Marsilio Editori, Venezia, 1979, pagg. 3-7.
Il breve saggio prende in considerazione un tema scarsamente considerato in quegli anni e, cioè, la particolare specificità del cantiere di restauro che lo rende profondamente diverso da quello delle nuove costruzioni.

"Restauro: lettura e progetto", sta in A.A.V.V., "La Scienza e la Conservazione dei Beni Cultura - li", Marsilio Editori, 1979, pagg. 8-14.
La nota pone particolare attenzione a ciò che da poco tempo veniva definito, con un neologismo per quegli anni, Progetto di Restauro, individuando con questo termine un unico procedimento logico di scelte successive,dalle indagini preliminari fino al compimento dell’opera in cantiere.

"Cannaregio: il rilievo", sta in A.A.V.V., "Progetto Venezia", Cluva - I.U.A.V.,Venezia, 1980, pagg. 113-116.
Si tratta della presentazione del lavoro svolto nel Laboratorio di Rilievo Edilizio-Urbano e consistente nella riunione delle planimetrie catastali del sestiere di Cannaregio controllato in sito edelle successive indagini tipo-morfologiche.

"Principi e tecniche di restauro", sta in A.A.V.V., "Progetto Venezia", Cluva, I.U.A.V., Venezia, 1980, pagg. 221-227
Il breve saggio tratta della conoscenza dell’assetto edilizio di alcune aree di Venezia nei suoi elementi seriali e della descrizione degli elementi emergenti e caratterizzanti lo spazio urbano; tale obbiettivo viene perseguito attraverso l’analisi del rapporto fra i tipi edilizi e il tessuto urbano nei diversi momenti di conformazione della città in periodo bizantino, gotico, rinascimentale e della città sei-settecentesca.

"Progetto di Restauro", sta in Marisa Scarso (a cura di), "Progetti di Architettura", IUAV, Venezia, 1981 pagg. 49-70.
Vengono presentati io progetti di restauro di Ca’ Nani, dell’ex Convento delle Terese, dell’Ospedale San Bortolo e di Ca’ Navagero. Nella ricerca di nuovi contenuti e di una nuova metodologia per il progetto di restauro vengono chiaramente respinte le "ideologie" che intendono il restauro come a) contemplazione dello stato di decadenza di un edificio, b) il ripristino, c) spunto e pretesto a nuove invenzioni formali, c) la riduzione dell’intervento all’astrazione dello schema tipologico.

"Difesa dalle maree medio alte dei centri abitati insulari della laguna di Venezia - Studio di fattibilità e progetto di massima", Marsilio, Venezia, 1982.
Si tratta di una presentazione, scritta con altri autori, del progetto di un sistema di difesa dalle acque alte a Venezia alternativo a quello delle dighe mobili a chiusura del porto.

"Note da una didattica per il restauro dei monumenti", Cluva - I.U.A.V., Venezia, 1982.
Come appare dal titolo, si tratta di un’ampia documentazione dell’attività didattica svolta dal 1970 per dodici anni. I 22 saggi, presentati e rielaborati sulla base di lezioni tenute ex catedra, trattano svariati argomenti che spaziano dai vari metodi delle analisi morfotipologiche, ai criteri di indagine filologica sul testo urbano, ad approfondimenti di indagine di storia dell’architettura, a focalizzazioni sul concetto di fabbrica urbana, ad analisi critica e costruttiva di alcuni monumenti. Particolarmente interessante è il saggio che trae spunto dagli scritti del Sagredo, del Sansovino e del Temanza per trattare i temi delle arti edificatorie così come erano organizzate in consorterie e in scuole durante tutta la storia della Serenissima.

"Uwagi na temat budowy Venecji", (Note sulla costruzione della città di Venezia), sta in A.A.V.V., "Teka Komisji Urbanistyki i Architektury. Addzia PAN w Krakowie, Tom XVII, 1983", Accademia polacca delle Scienze, Cracovia, 1983, pagg. 189-193.
Il saggio, scritto in lingua polacca è diviso in due parti: nella prima viene descritto il paesaggio urbano come esito della struttura urbana ed edilizia, colta nel suo sviluppo storico; nella seconda vengono colte le caratteristiche fondamentali della fabbrica urbana nelle sue connotazioni tecniche e tipologiche.

"Considerazioni per un restauro nel complesso edilizio di Alvisopoli", sta in "L'Abaco", Coop. Nuova Dimensione, Bergamo, 1983, pagg. 31-33.
La nota prende in considerazione l’architettura di Alvisopoli e il suo impianto plani volumetrico generale, connotato dal rigore e dalla semplicità del distributivo e dall’assenza quasi totale di decorazioni che sono chiara testimonianza dell’Illuminismo veneziano tardo settecentesco. Nell’analisi di tale caratteristiche peculiari dell’insediamento vengono individuati i criteri essenziali per un intervento di restauro e recupero dello stesso.

"Restauracja: Odcrytanie i projekt" ("Restauro: lettura e progetto), sta in A.A.V.V., "Materiali z Miedzynarodowego Sympozjum Konserwacji Zabytkow Architekturi i Urbaistyki krakow 79", Cracovia, 1984, pagg. 43- 56.
Il saggio scritto in lingua italiana e in lingua polacca, prende le mosse dall’assunto per il quale il restauro non può prescindere al riconoscimento del significato critico dell’edificio da restaurare; tale riconoscimento non può che avvenire che attraverso un corretta strumentazione di conoscenza che non può ridursi a quella dei semplici procedimenti tecnici, costruttivi, ma deve prendere in considerazione "i risultati di un atto critico e responsabile che coinvolge l’opera nel suo significato e nell’insieme degli elementi nel quali si realizza". Il progetto dunque, chiarito l’equivoco basilare che lo fa coincidere con una sommatoria indiscriminata di tecnologie, non può che fondarsi sul giudizio critico sull’opera prima dell’intervento per rapportarsi ad una prefigurazione della stessa dopo l’intervento con una metodologia rintracciabile dentro gli ambiti della progettazione come attività specifica che ipotizza un risultato finale nella consequenzialità degli esperimenti logici che gli attengono.

"Venezia: continuità dell'immagine e finitezza della struttura - Considerazioni sulla mostra Dietro i palazzi", sta in "Architetti", Venezia, settembre-dicembre 1984, n. 05/06, Venezia, 1985, pagg. 5-6.
Prendendo lo spunto dall’esposizione "Dietro ai palazzi", predisposta nel 1984 a Venezia, G. C. ripercuote l’opera e il pensiero di E.R. Trincanato e i concetti fondamentali di una scuola del restauro che in quegli anni aveva già delineato i propri assunti all’IUAV. Uno degli assunti fondamentali consta nel fatto che il restauro consiste nella "conservazione consapevole del patrimonio del passato, superando in tal senso gli assunti di un’ideologia acritica della conservazione pura e individuando nel progetto di restauro come previsione responsabile delle scelte conservative l’unica strumentazione possibile della conservazione". Così la conoscenza della struttura edilizia della città di Venezia viene considerata l’elemento imprescindibile per qualsiasi intervento di restauro urbano in essa.

"L'idea rinascimentale a Venezia nella città costruita del Cinquecento", sta in "Atti del Convegno Internazionale di studio su Giovan Battista Benedetti ed il suo tempo", Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti – Stamperia Veneta, Venezia, 1987, pagg. 363-364
.Il saggio, scritto con E. R. Trincanato, si rifà alla radice tardo romana e agli innesti bizantini che condizionano in modo determinante la nascita e lo sviluppo dell’architettura della città di Venezia. Tramite questi riferimenti, soprattutto nei significati spaziali, vengono rifiutate la centralità dell’immagine e l’ortogonalità necessaria degli assi e vengono assunti, all’opposto, percorsi architettonici lungo i quali l’immagine si manifesta ora di fronte ora di fianco, ora di scorcio. Quando alla fine del 400 e del 500 verranno a proporsi a Venezia i linguaggi del Rinascimento con Codussi e Sansovino, è con la realtà fisica e architettonica della platea marciana e con i sostrati ideali che la sostanziano, che essi dovranno confrontarsi.

"Cannaregio, un sestiere di Venezia. La forma urbana, l'assetto edilizio, le architetture", Officina, Roma, 1987.
L’opera è l’esito di un lavoro durato tredici anni in sede didattica e rielaborato nel laboratorio "Venezia, la fabbrica urbana". Tutti gli edifici di Cannaregio (più di un quinto della consistenza urbana dell’intera città di Venezia) vengono riproposti in un dettagliato rilievo planimetrico in scala edilizia 1:500. Al rilievo si accompagnano un’analisi delle trasformazioni di morfologia urbana e un’approfonditissima indagine sugli schemi distributivi su 89 edifici, tesa all’individuazione dei "tipi" nei caratteri di ripetitività di tali schemi. Completano il volume un saggio sui rapporti fra tipo e schema, la descrizione della forma urbana, dell’assetto edilizio e delle architetture delle novanta unità morfologiche in cui il sestiere è stato suddiviso e una serie di indici tematici. Completa il saggio un’illuminante post fazione di E.R. Trincanato dal titolo "Lo studio della città storica dal generico dell’astrazione allo specifico dell’individuazione" e un’interessante riduzione planimetrica degli edifici del sestiere presentata da Emma Calebich.

"Il progetto di restauro. Considerazioni generali", sta in A.A.V.V., "Corso di aggiornamento sulla teoria e sulla tecnica del restauro", Verona, 1988, pagg. 17-20.
Il Restauro, come intervento diretto nel costruito presuppone la conoscenza dell’opera e il riconoscimento del suo significato. La contrapposizione fra conservazione e restauro, così come viene proposta nel dibattito attuale, consisterebbe in questa irriducibile contrapposizione: Il costruito è qualcosa che ci perviene da un passato di cui non conosciamo nulla e che conserviamo acriticamente "bloccandone" la materia e, dall’altra parte, l’edificio è il testo di un messaggio che l’operatore coglie nel presente e rende esplicito nel suo intervento in un processo di continua creazione formale. Rinvenendo in questa antinomia una radice culturale idealistica decisamente superata, G.C. individua il superamento della stessa nel progetto di restauro fondato nel riconoscimento del significato dell’opera e di tutte le sue connotazioni e rivolto alla conservazione di questi, nel mantenimento della sostanza dell’architettura.

"Conoscenza, conservazione, nuovo", sta in Eugenio Vassallo et al. (a cura di), "Restauro: la ricerca progettuale", Edizioni Libreria Progetto, Padova, 1989, pagg. 227-231.
I tre momenti espressi nel titolo del saggio vengono assunti all’interno di un unico procedimento che è il progetto di restauro ponendosi dialetticamente tra di loro e superandosi nella scelta definitiva che fa riferimento all’intervento specifico con tutte le responsabilità che la scelta stessa comporta e che nessuna ideologia e teoria del restauro potrà consentire di eliminare. In quest’ultimo il "nuovo" si richiama alla necessità di utilizzazione della struttura edilizia esistente e il problema della "lacuna" va riferito ad un ambito di conservazione rigorosa del messaggio leggibile della testimonianza costruita, anche laddove il nuovo supera l’ambito ristretto della lacuna per riferirsi a quegli interventi indispensabili per la vivibilità della struttura edificata, e questo in modo il più possibile leggibile, reversibile e in un sottotono che assume le connotazioni dell’effimero.

"Il progetto di restauro: considerazioni generali", in "Corso di aggiornamento sulla teoria e sulla storia del restauro", a cura del Collegio degli ingegneri e degli architetti della provincia di Verona, Verona, 1989, pagg. 17-20.
Il testo della conferenza è teso ad individuare i caratteri di autonomia e specificità della disciplina, precisandone i limiti nei confronti di altre discipline, dell’ingegneria, della chimica, della fisica, della geologia, della geotecnica, dell’urbanistica e della storia dell’arte. Viene ribadita la necessità che il progetto comprenda anche la fase delle indagini preliminari, onde pervenire con consapevolezza storico-critica ad una conservazione dell’architettura che non esclude integrazioni ed eventuali nuove aggiunte di carattere tecnico-funzionale, pur nel rigoroso rispetto dell’autenticià dell’integrità dell’opera da restaurare.

"Realismo e restauro", sta in R. Masiero e R. Codello (a cura di), "Materia Signata - Haecceitas: tra restauro e conservazione", Ex Fabrica Franco Angeli, Milano, 1990, pagg. 157-166.
E’ il primo saggio nel quale G. C. individua l’elemento di permanenza nell’opera nel concetto di sostrato architettonico o sostanza, così come definito nella filosofia aristotelica e segnatamente nella metafisica con specifici riferimenti e frequenti ed ampie citazioni tratti dalla metafisica. E’ con questa chiave che l’autore interpreta il tema del convegno analizzando l’opera di Duns Scoto e di San Tommaso. Alla luce di questa impostazione teorica vengono posti ad un rigoroso vaglio critico le due opposte teorie del ripristino e della conservazione assoluta.

"Napoli imprevista e Venezia minore", sta in Stella Casiello et al. (a cura di), "Ricordo di Roberto Pane", Napoli Nobilissima – Arte tipografica, Napoli,1991, pagg. 467-470.
Il saggio consiste in un parallelo fra l’opera di Roberto Pane del 1949 e quella della studiosa veneziana E.R. Trincanato che la precede di un anno. Pur nella comunità degli obiettivi di conservazione del tessuto urbano diffuso G.C. mette a fuoco la profonda differenza di approccio e di metodologia che contraddistingue le opere dei due studiosi. Il primo, riferendosi piuttosto ad una cultura idealistica, coglie i tratti dell’edilizia minore soprattutto in un ambito paesaggistico più vicino all’immagine che alla struttura della fabbrica urbana. All’opposto la studiosa veneziana è interessata ai sistemi aggregativi del tessuto edilizio, individuando nei distributivi planimetrici, e non solo, quei caratteri schematici che si ripetono nel corso del tempo, seppur declinati in modo diverso dal 200 fino al 700 e che sono all’origine del costituirsi della morfologia della città. Se ne deduce che la conservazione nel primo caso fa riferimento all’immagine urbana, e nel secondo caso alla sua struttura.

"Note per un superamento dell'antinomia "restauro-conservazione", sta in Corrado Bozzoni et al. (a cura di), "Saggi in Onore di Renato Bonelli", Roma, 1992, (Quaderni dell'Istituto di Storia dell'Architettura; Dipartimento di Storia dell'Architettura, Restauro e Conservazione dei Beni Architettonici, Università degli Studi di Roma "La Sapienza"/ Nuova serie, fascicoli 15-20, 1990-1992), 2° vol., pagg. 889-892.
Sulla base dei contenuti del precedente saggio "Realismo e restauro", G. C. analizza i termini della vexata quaestio fra restauro e conservazione, rinvenendo l’infondatezza teorica della contrapposizione che si vorrebbe fondata sui due concetti di forma e materia. L’autore sottolinea il carattere astratto di tali concetti e ritrova nella concretezza della sostanza sensibile il fondamento indiscutibile per ogni intervento di restauro e l’argomento conclusivo per il superamento della polemica.

"Considerazione sul restauro degli edifici", in "Quaderni del Dipartimento. Patrimonio architettonico e urbanistico", Università di Reggio Calabria, n. 4 (1992), pagg. 109-114.
Nel saggio di natura teorica l’autore pone una prioritaria distinzione fra "cose", "utensili" (in senso Heideggeriano) e "monumenti". Il monumento è considerato supporto di tracce, segni e segnali, che devono essere interpretati e posti in luce dal restauratore pur nella rigorosa conservazione del supporto inteso come noumeno che mai potrà essere conosciuto nella sua totalità e che appunto per tali motivi deve essere rigorosamente conservato onde consentire future interpretazioni che al momento dell’intervento non paiono ancora evidenti.

"La dimensione urbana del restauro", Malagot, Parigi, 1991.
La pubblicazione raccoglie i risultati dell’insegnamento di due anni dell’autore presso l’Istituto Superiore di Storia e Conservazione di Parigi (Palais de Chaillot). Vengono illustrati i lavori degli studenti e i progetti di restauro urbano di svariati isolati del quartiere latino a Parigi.

"Restauro e tecniche: saggi e ricerche sulla costruzione dell'architettura a Venezia", Arsenale Editrice, Venezia, 1992.
Il volume raccoglie otto saggi relativi ad approfondite indagini su altrettanti edifici monumentali veneziani. Il saggio introduttivo "Il restauro architettonico e la conoscenza della fabbrica" l’autore si sofferma sulle contraddizioni delle varie ideologie del restauro individuando l’identità dell’opera nel suo supporto inteso nel senso di sostrato aristotelico (ipokeimenon). In questo contesto generale vengono introdotti il concetto di tipo e di schema riferito alle tecniche e alle tecnologie, intese come imprescindibile momento realizzativo del progetto di restauro.

"Restauro: tecniche e progetto", Soveria Mannelli, Catanzaro, 1993.
L’opera curata dall’autore raccoglie sette saggi di approfondite analisi su grandi monumenti in aerea veneta e friulana a cui fanno seguito altrettanti progetti di restauro. Il saggio dell’autore "Monumenti, tecniche e restauro", si rifà al precedente saggio "Restauro e tecniche", approfondendo le analisi su materia e forma, struttura e protesi, modi d’uso e compatibilità, per giungere alla dimensione storiografica del progetto di restauro e alle analisi dei metodi di intervento.

"Insediamenti e costruzioni in Calabria - Conoscenze per il restauro dall'Analisi di quindici centri storici", Soveria Mannelli, Catanzaro, 1995. Il volume raccoglie l’accurata schedatura di quindici centri storici nel territorio calabrese, introdotti dal saggio dell’autore "Costruzione e tempo nel centri storici calabresi". Il lavoro costituisce il primo approccio agli insediamenti calabresi realizzato secondo i criteri propri della disciplina del restauro urbano ed edilizio, superando la genericità dei consueti modi descrittivi, paesaggistici, storici e socio-economici e ricercando invece le caratteristiche peculiari costruttive, tipologiche e specificatamente architettoniche.

"L'iconografia alla base dell'intervento", sta in "Il restauro della Fenice: Problemi filologici e di metodo. Saggi e contributi", Quasar - Quaderni di storia dell'architettura e restauro, n.15-16, Firenze, 1996, pagg. 38-41.
L’autore ripercorre i temi dello spopolamento e dell’abbandono di Venezia negli ultimi anni per rapporto alla situazione che vedeva, a metà del secolo scorso la presenza di 175.000 persone contro le 70.000 del 1996 [oggi la popolazione è scesa ampiamente sotto la soglia dei 60.000!], così come vengono esposte nelle opere cinematografiche di Mario Zampi, di Davide Lean, di Dino Risi, di Glauco Pellegrini, di Mario Soldati, di Martin Scorsese, oltre che nelle foto di Borluie di Berengo Gardin ma soprattutto nel lungo saggio di Jean Paul Sartre, scritto nel 1951, "Le dernier turist ou la reine d’Albemarle". Nella malinconica e desolata situazione in cui vengono a trovarsi i cittadini veneziani, la Fenice rappresentava prima del suo incendio un fulcro e un momento di coagulo delle restanti forze intellettuali ancora presenti e operanti in città. E’ per tale ragione che l’autore, al di là di ogni considerazione teorica e metodologica sul restauro architettonico, auspica la ricostruzione "com’era e dov’era" della sala del teatro, in quanto fondamentale e imprescindibile elemento di identificazione della collettività. Chiarendo un equivoco artatamente diffuso da chi voleva la distruzione e la ricostruzione dell’intero complesso di edifici Cinque, Sei e Settecenteschi che costituiscono il complesso del teatro attorno alla sala, l’autore chiarisce come tale contesto possa e debba essere invece oggetto di un normale restauro architettonico, dato che la natura dei danni provocati dall’incendio, all’opposto che nella sala, non è stata tale da distruggere la sostanza e la materia architettonica.

"El proyecto de restauracion y el concepto de monumento", sta in A.A.V.V. Congreso Internacional del Restauracion "Restaurar la memoria", Actas, Valladolid, Istituto Espanol de Arquitectura, Universidad de Valladolid, 1998, pagg. 167-190.
Il saggio, scritto in lingua spagnola è diviso in due parti; nella prima si sofferma sul monumento come testimonianza di un passato che può essere presente solo attraverso la memoria, in senso agostiniano e heideggeriano; nella seconda esamina il progetto di restauro come esito di un processo di scelte finalizzato a palesare quella memoria che risulta evidente, senza alterare il monumento inteso come supporto di tracce e di segni significativi senza alterare il supporto costituito dal supporto materiale del monumento stesso. L’autore poi si sofferma ad illustrare i suoi progetti di restauro per La Fenice, per il Convento delle Terese e per il palazzo Bembo a Venezia.

"Interventi vari in lingua inglese e polacca", sta in A.A.V.V., "Materials and reports from works of the Programme Commettee and Secretariat of the Conference Krakow 2000", Listopad, Politecnico di Cracovia, Cracovia, 1998, vol. 1, pagg. 14, 19, 20, 21, 22.
Si tratta della pubblicazione di relazioni e interventi vari raccolti negli atti delle riunioni del Comitato Promotore, del Comitato Scientifico, della Segreteria Scientifica e del Comitato di Redazione del Congresso "Charta Cracovia 2000". G.C. precisa in tali interventi quelli che per lui sono gli obbiettivi della Nuova Carta del Restauro e la struttura organizzativa della Conferenza che dovrà prevedere nove sezioni: 1) Teoria, Principi Generali, Metodi e Terminologia; 2) Aspetti Economici e Legali, Organizzazione e Problemi di Mercato; 3) Monumenti Archeologici; 4) Monumenti Architettonici, Complessi e Siti Storici; 5) Città e Centri Storici; 6) Parchi, Giardini e Paesaggi Culturali; 7) Materiali, Tecniche, Tecnologie e Aspetti Ingegneristico – Strutturali; 8) Arti Applicate ed Elementi di Decorazione Architettonica; 9) Training ed Educazione alla Conservazione.

"Restauro e conservazione nella Basilica Marciana: il superamento delle polemiche nel Progressivo affinamento dei metodi", sta in A.A.V.V., "Scienza e tecnica del restauro della Basilica di San Marco", Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti, La Garangola, Venezia, 1999, pagg. 257-288.
Il saggio ripercorre i vari interventi di restauro della Basilica muovendo da quello dello Zendrini nel 1721 che si sofferma sulla configurazione statica della cupola maggiore individuandovi i punti di crisi ricercandone le cause per precisare le ipotesi di intervento, passando poi agli interventi del Cerato per giungere poi, nell’Ottocento, a quelli del Meduna e dei suoi successori. Passando poi alla nota disputa con lo Zorzi e ai famosi sette punti coi quali quest’ultimo stigmatizza gli interventi del Meduna,l’autore rileva la correttezza delle osservazioni non solo per le critiche ma anche per l’apprezzamento espresso là dove l’intervento era riconosciuto adeguato dallo stesso Zorzi. Ma anche nel ripercorrere gli interventi del Saccardo, del Forlati, del Manfredi e del Marangoni, G.C. ritrova i motivi per ritenere superata la vexata quaestio tra restauratori e conservatori, rintracciabili per altro già negli scritti del Viollet e del Ruskin.

.

"El ladrillo en la edificacion veneciana: tecnologies tradicionales y modalidades para la restauracion"; sta in A.A.V.V., "Congreso Internacional sobre restauracion del ladrillo", Istituto Espanol de Arquitectura, Universidad de Valladolid, Valladolid, 2000, pagg. 137-146.
In un ampio excursus in lingua spagnola, l’autore ripercorre le modalità di fabbricazione e di impiego del laterizio a Venezia nel corso dei secoli individuando in ogni periodo storico le caratteristiche materiali, la consistenza, le tecniche di messa in opera per giungere infine alla necessità che la produzione e lo stesso impiego del materiale artigianale vengano mantenuti per poter procedere, con lecite integrazioni a corretti restauri.

"Il progetto per la ricostruzione del Teatro La Fenice", sta in A.A.V.V., "I progetti per la ricostruzione del Teatro La Fenice", Marsilio, Venezia, 2000, pagg. 181-209.
Il progetto generale curato dal prof. Ignazio Gardella, che vede G.C. come autore del progetto di restauro, viene accuratamente descritto con dovizia di elaborati architettonici e di particolari costruttivi e decorativi. Viene riportata fedelmente la relazione generale al progetto che, nella parte riservata al progetto di restauro era stata stesa da G.C. Quest’ultimo mette in luce i due diversi metodi di approccio: di ricostruzione sulla base di un dettagliato rilievo congetturale documentato è quello riferito alla sala totalmente distrutta dall’incendio; di restauro sulla base di precisi rilievi in sito e di indagini accurate e analitiche è invece quello che prende in considerazione il Foyer, le sale apollinee e tutto l’insiamedei sei edifici post-rinascimentali che costituiscono il complesso del Teatro.

"Il Restauro fra identità e autenticità", Atti della Tavola Rotonda "I principi fondativi del Restauro Architettonico", a cura di Giuseppe Cristinelli e Vittorio Foramitti, Marsilio, Venezia, 2000.
Il volume raccoglie gli atti della prima tavola rotonda sulle questioni teoriche relative alla rivisitazione della Carta di Venezia in vista della stesura,ventisei anni dopo, della Carta di Cracovia sui principi del restauro per la nuova Europa. Vengono introdotti nuovi concetti come "memoria", "identità" "tempo", sostanza architettonica","progetto" e si auspica nel contempo il superamento della conservazione intesa come acritica imbalsamazione dell’esistente rivalutando il concetto di "progetto di restauro" contrapposto a quello di "progetto di ristrutturazione.

Introduzione alla Tavola Rotonda, ibidem, pagg. 23-26- English Text 231-235.
Vengono precisati i temi della tavola rotonda ripercorrendone le tappe organizzative e soffermandosi sui termini "monumento", "documento", "materia", "forma", "identità", "autenticità".

Sintesi dei contenuti emersi nel corso della Tavola Rotonda, ibidem, pagg.199-206, English Text pagg. 399-406.
Alla luce di quanto emerso dalle venti relazioni presentate e da quelle inviate nonché dal dibattito conclusivo G.C. trae le conclusioni dell’incontro ribadendo,tra l’altro che: 1-"in un ritrovato antropocentrismo i monumenti e il patrimonio vengono considerati come portatori di valori che si riferiscono all’uomo nella totalità delle sue espressioni, nella razionalità, nella sensibilità e nella pratica della vita quotidiana". 2) "bisogna operare scelte di conservazione responsabile nella consapevolezza che l’inevitabilità delle trasformazioni non tradisca l’autenticità". 3) "i monumenti vanno intesi come ‘soggetti’ acquisibili in svariati e molteplici modi ma sempre suscettibili di diverse interpretazioni". 4) "il restauro architettonico è un operazione culturale che si avvale dei contributi della tecnologia e della scienza ma senza esaurire in queste la propria identità".

Interventi vari, sta in "Il Restauro fra identità e autenticità", Atti della Tavola Rotonda, ibidem, Marsilio, Venezia, 2000, pagg. 1-4, 7, 151-156,160-161, 171, 180, 185-188, 192-193, e gli stessi interventi in lingua inglese nello stesso libro.
Sono i vari interventi del curatore nel corso del dibattito dove vengono sottolineati gli obbiettivi della Carta di Cracovia come prosecuzione e aggiornamento della Carta di Venezia del 1964.

"Programme Report of first Section", sta in A.A.V.V., "The International Conference on Conservation, Conference papers, Krakow 2000", Politecnico di Cracovia, Cracovia 2000, pagg.7-8.
E’ una breve nota nella quale G.C. ribadisce che l’assunto fondamentale del restauro è la conservazione della sostanza formale e materiale dell’edificio attraverso scelte conservative che rendano compatibili le nuove funzioni al significato monumentale e al documento.

"La restauracion como ‘elecciòn’ conservativa", sta in A.A.V.V., "Principios de la Restauracion en la nueva Europa", Fundacion de Patrimonio Historico de Castilla y Leon, Valladolid, 2000, pagg. 65-70.
Il saggio, scritto in lingua spagnola, si oppone decisamente ad ogni teoria sulla morte dell’architettura annunciata da alcuni storici della disciplina negli ultimi decenni e alle relative affermazioni circa la impossibilità di riacquisizione dell’architettura del passato e la conseguente negazione del restauro che dovrebbe lasciare il campo alla pura conservazione acritica dei materiali operata da tecnici. Contro tali convincimenti l’autore riafferma il ruolo dell’architetto-restauratore che, attraverso il progetto di restauro, opera quelle scelte che conducono alla riappropriazione del patrimonio costruito alla collettività che in esso può identificarsi. Un progetto che non è assolutamente da intendersi come sovrapposizione di nuovi linguaggi e di nuove forme espressive ma che invece, avvalendosi di oculate scelte conservative renda vivibile il monumento, ponendo in sottotono ogni indispensabile integrazione funzionale.

"Restauration as conservative ‘choice’", ibidem, pagg.190 –194.
Si tratta della semplice traduzione in inglese del saggio precedente.

"Principios de la restauration per la nueva Europa", ibidem, pagg.272-276.
Riprendendo il tema del saggio precedente, l’autore si sofferma sul concetto di creatività applicato al restauro, precisando come essa debba essere intesa esclusivamente come scelta di individuazione di quei valori che si ritengono riacquisibili alla collettività in un particolare momento storico ed escludendo invece ogni sovrapposizione linguistica che prende in considerazione il monumento come semplice spunto per elucubrazioni progettuali. Ribadisce il ruolo del restauro come superamento delle ambiguità del ripristino e nel contempo di quelle della conservazione acritica che rinvenendo esclusivamente nella materia il principio di permanenza, incorre inevitabilmente in sovrapposizioni linguistiche che offuscano l’immagine e la stessa forma dell’edificio esistente.

Interventi vari in Javier Rivera Blanco (a cura di), "Principios de la Restauracion en la nueva Europa", Conferencia Internacional de Conservacion, Cracovia 2000, "Restoration, fondations in the new Europe", the International Conference on Conservation, Krakow 20000, Istituto Espanol de Arquitectura, Union europea, Valladolid, 2000, pagg. 28, 321, 358-360, 374, 387-388, 391, 416-418.
Si tratta della trascrizione di svariati interventi di G.C. nel corso della conferenza, che precisano i contenuti di quanto riportato nei saggi succitati.

"El ladrillo en la edificaciòn veneziana: tecnologìas tradicionales y modalidades para la restauracion", sta in A.A.V.V., "Congreso Internacional sobre restauracion del ladrillo", Sahagun, Leon Espana, Atti del congresso, Isituto Espanol de Arquitectura, Valladolid, 2000, pagg. 137-146.
Il saggio, scritto in lingua spagnola, consiste in un approfondimento del precedente saggio (vedi punto 41), con precisazione di ordine tecnico, e con riferimenti alla trattatistica del Palladio e dello Scamozzi.

"Progetto architettonico per Appalto Concorso per la nuova sede dell’Accademia delle Belle Arti nel Compendio degli Incurabili alle Zattere", sta in Renata Codello (a cura di), "La Nuova Accademia di Belle Arti di Venezia", Marsilio, Venezia, 2001. pagg.100-111.
Si tratta della pubblicazione del progetto ampiamente documentata con disegni di insieme e particolari e accompagnati dal testo integrale della relazione, nella quale viene descritto l’impianto architettonico del Complesso degli Incurabili, le scelte che hanno condotto alla riacquisizione del distributivo, agli interventi sulle finiture, sui prospetti e sulle strutture.

"Conservare o innovare? Questo è il dilemma", sta in Architettiregione n.31 dicembre 2001, Pasian di Prato (UD), Federazione degli Ordini degli Architetti del Friuli-Venezia Giulia, 2001, pagg. 46-49.
E’ il testo di un’intervista durante la quale G.C. afferma che il binomio conservazione-innovazione spesso nasconde equivoci o intenzioni perverse che conducono a conservare acriticamente il costruito esistente per riutilizzarlo quale pretesto di proposte progettuale che vengono impropriamente definite innovative e motivate, quando invece molto spesso sono semplicemente aggiunte funzionali al costruito, funzionali al mercato. Alla domanda del giornalista relativa a presunte istanze eccessivamente conservative proposte dalle Soprintendenze, G.C. afferma invece che tale ruolo viene impropriamente attribuito all’organo periferico dei Beni Culturali che invece opera quasi sempre con appropriata conoscenza dei problemi conservativi, accettando nel contempo quei limitati interventi integrativi che consentono il riutilizzo del patrimonio.

"La Carta di Cracovia 2000. Principi per la conservazione e restauro del patrimonio costruito", a cura di Giuseppe Cristinelli, Marsilio, Venezia, 2002.
La pubblicazione raccoglie, oltre le testimonianze di studiosi particolarmente attivi nel corso degli incontri effettuati durante il periodo di preparazione della conferenza di Cracovia, anche due contributi di G. C., nei quali si definiscono i fondamenti, le finalità e gli ambiti di intervento conservativo precisati nella Carta di Cracovia. Il testo di quest’ultima viene poi pubblicato nella stesura originale inglese e nelle traduzioni italiana, francese, tedesca, spagnola e fiamminga. Il lavoro è dunque la testimonianza di tutti gli incontri preparatori alla conferenza effettuati nel corso di tre anni e dei contenuti teorici, disciplinari, metodologici ed operativi emersi nella conferenza stessa dell’autunno del 2000 e precisati nel testo della Carta, della quale G.C. è stata Presidente del Comitato di Redazione.

"Criteri per un restauro degli Hangars del Porto Vecchio di Trieste", sta in Andrea Battistoni, Andrea Benedetti, Antonella Caroli, Emma Calebich (a cura di), "Gli Hangars del Porto Vecchio di Trieste", Battello Stampatore, Trieste, 2002, pagg. 40-45.
L’autore muove dalla constatazione che il Vecchio Porto di Trieste fa parte integrante del paesaggio urbano della città. Affinché tale integrazione diventi anche funzionale è necessario un piano complessivo della Città dove il Porto Vecchio , lungi dall’essere demolito per far luogo ad altre strutture, ne costituisca con i suoi attuali edifici restaurati e recuperati, parte essenziale. E tale recupero deve realizzarsi nella logica costruttiva, strutturale e distributiva che sostanzia le strutture esistenti, proprio perché "i modi della ragione conservano un principio di permanenza in se stessi".

"Il restauro del Castello di Villafranca" sta in Vittorio Foramitti e Alessandra Quendolo (a cura di), "Restauri di Castelli", Volume I", Istituto Italiano dei Castelli, Udine, 2003, pagg. 11-21.
Ampio saggio scritto assieme ad Oscar Cofani nel quale vengono precisati gli obbiettivi del restauro, realizzato dall’autore, che viene dettagliatamente precisato nelle impostazioni progettuali, nello studio dei materiali e delle tecniche costruttive. Anche il cantiere è oggetto di una cronaca dettagliata nel corso della quale vengono illustrate le varie fasi di realizzazione del progetto, che viene attuandosi anche nel corso dei lavori, precisando quelle scelte che di volta in volta si rendono necessarie per un corretto recupero del monumento.

"La estructura y la forma urbana de Venecia entre los siglos XIII y XIV", convegno "Las edades de la ciudad", Universidad de Alcalà, Alcalà, luglio 2003, pagg.
Nel saggio in lingua spagnola, l’autore delinea le caratteristiche della città "bizantina" policentrica soffermandosi poi sugli interventi di completamento nei secoli successivi durante i quali la città "gotica" compatta assume la forma che viene testimoniata dalla veduta prospettica attribuita a Jacopo De Barbari nell’anno Millecinquecento.

"Il ruolo della storia nel progetto di restauro", sta in T. Fiorucci, E. Chiavoni (a cura di), "Gli strumenti di conoscenza per il progetto di restauro", Roma, 2003, pagg.99-102.
Il saggio intende approfondire la questione relativa al come la dimensione temporale si connetta più o meno strettamente a quella spaziale nella quale si sostanzia l’architettura. Attraverso un excursus nella quale la concezione di tempo collegata all’architettura viene ripresa in vari autori contemporanei e nella filosofia di Heidegger e di Sartre, l’autore giunge a precisare quella concezione della storia come tradizione, come storicità autentica nella quale si sofferma Heidegger e cioè come ripresentarsi nel presente delle possibilità che già sono state nel passato e che si decide di ripetere come atto di scelta in sé stesso. In tal senso un fatto viene ad essere liberamente coglibile nel corso del passato in quanto esso è liberamente scelto come ripetibile nel presente. L’unico ruolo che può assumere la storia nel progetto di restauro non può dunque essere che quello di strumento di comprensione della "cosa" che si intende restaurare intravvedendo in essa possibilità di essere acquisita a noi, nel nostro tempo. In un rinnovato umanesimo culturale l’architetto, all’interno di una collettività, opererà le scelte conservative per questa collettività e, bel lungi dall’arbitrio di scelte operate in nome di una malintesa libertà artistica, ad essa è chiamato a rendere conto motivando le sue ragioni.

"Il ruolo della storia nel progetto di restauro", sta in Vittorio Foramitti, Alessandra Quendolo (a cura di), "Le indagini preliminari nel progetto di restauro. Aspetti normativi e metodologici", Edizione del Confine, Udine, settembre 2004, pagg. 29-36.
Trattasi della ripubblicazione del saggio precedente

"Identità e autenticità del restauro", sta in Simonetta Valtieri (a cura di), "della Bellezza ne è piena la vista! Restauro e Conservazione alle latitudini del mondo nell’era della globalizzazione", Nuova Argos, Roma, 2004, pagg. 148-158.
Richiamando il pensiero di Aristotele, di San Tommaso, di Linneo, di Kant fino all’esistenzialismo e Vitgenstein, l’autore rivisita il concetto di sostanza, che considera come fondamento della dottrina secondo cui per Lalande "gli esseri che compongono il mondo sono multipli, individuali, indipendenti e non devono essere considerati semplici modi o fenomeni di una realtà unica e assoluta". Di ciascun componente di tale molteplicità di esseri (nel nostro caso di edifici) la sostanza costituisce la permanenza, come sostrato stesso dell’autenticità, che non può mutare e nella quale ciascun individuo e ciascuna collettività possono identificarsi.

"Fondamentos, fines y ambitos de la intervencion para la conservacion en la Carta de Cracovia" sta in PH50 Boletin del Instituto Andaluz del Patrimonio Historico, n. 50, Sevilla, ottobre 2004, pag. 57-64.
Il saggio è un completo ed esaustivo commento al testo della Carta di Cracovia. Vengono precisati e descritti i concetti che la sostanziano fra i quali la "memoria" come consapevolezza del presente e delle scelte, il "monumento" come "cosa" che richiama la memoria sulla quale può attuarsi in processo di "identificazione" di una collettività: e ancora la sostanza come "permanenza" del monumento, al di là delle sue connotazioni astratte di forma e materia. Il monumento viene colto nella sua dimensione di "soggetto" invece che di "oggetto" a significare la sua impossibilità di essere ridotto totalmente a concetto da cui discende la necessità della sua conservazione per future e non ancora palesi interpretazioni "oggettive". Viene ribadita inoltre la dimensione progettuale entro la quale la conservazione stessa si articola, attraverso il restauro. Proseguendo poi con l’esame dei contenuti della Carta il saggio prende in considerazione dopo il preambolo le attività di manutenzione e di ricostruzione e di differenti tipi di patrimonio costruito da quello archeologico a quello dei monumenti e degli edifici storici, alle decorazioni architettoniche, alle città e ai villaggi storici per estendersi al paesaggio. Vengono poi affrontati i temi della gestione, della formazione e quelli relativi ai finanziamenti e alle misure legali per giungere infine alla terminologia.

"Complessità e contraddizioni nel restauro dell’architettura del Novecento", sta in Silvio Van Riel e Alberto Ridolfi (a cura di), "La conservazione dell’architettura moderna. Il caso di Predappio: fra razionalismo e monumentalismo", Atti del convegno di studi, Predappio 26-27 settembre 2003, tipografia Valbonesi, Forlì 2005, pagg. 29-39.
Nel saggio, scritto con Manuela Tomadin, G.C., pur partendo dal presupposto che il restauro dell’architettura contemporanea non differisce da quello dell’architettura tradizionale, si sofferma in alcune riflessioni che potrebbero rendere problematica la questione. Analizza perciò il carattere di deperibilità dei materiali dell’architettura contemporanea, dell’invecchiamento degli stessi e della precisione di tale invecchiamento riscontrabile, ad esempio, nell’opera di Carlo Scarpa. Affronta poi il tema dell’architettura come linguaggio autografico contrapposto al linguaggio allo grafico, ribadendo che il restauro non può che prendere in considerazione l’architettura intesa come autografia, intendo invece per allografia la notazione dell’architettura, intesa quest’ultima come "principio", così come lo definisce Aristotele "ciò che non è immanente all’oggetto, ma da cui l’oggetto inizia la propria esistenza". E in tal senso anche l’architettura contemporanea, così come quella tradizionale, "va presa in considerazione non per come è apparsa per la prima volta nel mondo, all’atto della sua nascita, ma così come perviene a noi dopo una vita seppur molto più breve di quelle che pervengono dopo un lasso di tempo più lungo come avviene per i monumenti cosiddetti antichi".

Introduzione a A.A.V.V. "Gli architetti moderni e l’incontro tra Antico e Nuovo Venezia 23-25 Aprile 1965", Venezia, 2004, pagg.6-10.
Ricordando il famoso convegno al quale aveva partecipato, l’autore ripercorre la storia dell’IUAV dall’immediato dopoguerra fino a quelli della presenza di C.Aymonino, di A.Rossi, di V.Gregotti e di G.Valle oltre che di C.Scarpa. Approfondendo l’analisi sui concetti di "antico" e di "nuovo" applicati all’architettura, rinvenendovi la sterilità critica ed operativa di fronte ai problemi urgenti che emergono dalla realtà costruita esistente dalla "volontà di acquisire tale realtà e di farla nostra".

"Fondamenti per una dottrina del restauro architettonico", Corbo e Fiore Editori, Venezia, 2006.
L’autore organizza in questo scarno volume l’insieme dei concetti e dei pensieri sulla conservazione e sul restauro che aveva elaborato nell’ultimo decennio. L’opera acquista così la fisionomia di un trattato generale sulla disciplina che affonda le sue radici nel pensiero del realismo classico e nelle sue varie declinazioni nella storia della filosofia occidentale, fino a giungere a considerare le testimonianze del patrimonio costruito nella categoria del "soggetto" invece che in quella dell’"oggetto". Sarà compito del restauratore porre in atto il giudizio e la scelta per arrivare a definire"cosa", "per chi", e "come" conservare; temi questi che vengono affrontati nella seconda parte dell’opera.

"L’insegnamento del restauro nell’Istituto Universitario di Architettura di Venezia", sta in Quaderni del Dipartimento PAU della Facoltà di Architettura di Reggio Calabria, n. 29-32, Gangemi editore, Roma, 2007, pagg. 273-282.
Quando nel 1926 viene fondato l’IUAV, il primo docente di Restauro dei Monumenti è Giuseppe Torres che,allievo di Giacomo Franco e collegandosi alla scuola del Boni, del Cattaneo e del Paoletti, si dichiara oppositore della scuola francese e dello stesso Boito, improntando il suo insegnamento e il suo operare negli ambiti di un " restauro prudente". Agli stessi principi è orientato Angelo Scattolin che gli succede nel 1934 e di Fausto Franco. Quando dal dopoguerra in poi si affievolisce all’IUAV l’interesse nei confronti della disciplina saranno Saverio Muratori e, soprattutto, Egle Trincanato con G.C. a ricercare nuovi fondamenti al restauro nell’ambito urbanistico che in quegli anni richiede una particolare attenzione alla salvaguardia dei centri storici. Si formerà così una nuova scuola di restauro, malgrado il disinteresse a tutt’oggi persistente nell’IUAV nei confronti delle sue problematiche.

"L’insegnamento del restauro nell’Istituto Universitario di Architettura di Venezia", sta in A.A.V.V., ANAΓKH, n. 50-51, Edizione con illustrazioni varie, Milano, 2007, pagg. 200-217.
L’autore riprende i contenuti del saggio precedente soffermando l’attenzione sul ruolo propositivo nei confronti svolto da E. Trincanato e dai suoi allievi e, per contro, quello negativo, contrario agli stessi obiettivi della disciplina, assunto da M.Tafuri nella nota intervista a Casabella del 1991.

"Il restauro architettonico e l’esegesi del costruito", sta in Maria Piera Sette, Maurizio Caperna, Marina Docci, Maria Grazia Turco (a cura di), "Saggi in onore di Gaetano Miarelli Mariani", Bonsignori Editore, Roma, 2007, pagg. 341-348.
Lo scritto è contenuto nel volume "Saggi in onore di Gaetano Miarelli Mariani". L’autore riprende i concetti di permanenza, di materia e forma, di libertà creativa e di conservazione assoluta muovendo dall’affermazione dello stesso Miarelli "Il progetto di restauro è architettura" e sviluppandone il significato alla luce delle teorie di C.Brandi, della dialettica "monumento-documento" e di quella "allografia-autografia" concludendo con l’esame di alcuni interventi, fra i quali l’"Altepinacoteke", "lo Stoà di Attalo", "l’Odeo Cornaro", "La Casa del Mercante di Riga" e "il Teatro di Sagunto".

"Nuovi edifici nei centri storici?" sta in "Italia Nostra", n. 437 Gangemi, 2008, luglio-agosto 2008, pagg. 30-31.
Scritto polemico nei confronti dell’editoriale di Casabella n.754 del 2007 a firma F.Dal Co per il quale vi sarebbe nell’opinione pubblica un pregiudizio infondato "che tende ad attribuire un valore preminente alla conservazione piuttosto che alla conservazione". Per di più,a parere dell’editorialista, non esisterebbe una teoria valida a fondamento del restauro architettonico" per cui si dovrebbe dare via libera a qualsiasi intervento nei centri storici in previsione di un futuro giudizio che la cultura della conservazione non sarebbe ancora in grado di formulare. L’autore risponde contestando al contrario la mancanza di uno statuto nell’architettura contemporanea e le gravissime manomissioni operate dagli architetti nei centri storici.

"Il concetto di autenticità e il progetto di restauro architettonico", sta in Emma Calebich (a cura di), "La conservazione dell’autenticità negli interventi sul costruito a Venezia", Aracne, Roma, 2009, pagg. 35-44.
L’autore si sofferma ad esaminare ad esaminare, con una disquisizione che fa anche ricorso all’etimologia, i termini i termini che costituiscono il titolo della pubblicazione. Autenticità, da “autos” (lui stesso in greco antico) sta ad indicare il tratto permanente che caratterizza l’essenza dell’opera, la sua stessa sostanza, ciò che non può mutare in un intervento di restauro, pena la perdita del’opera stessa. Questa dovrà essere con-servata per tutta la collettività tramite un progetto di restauro che assolutamente non deve essere inteso come progetto di nuova architettura. Da queste premesse l’autore muove la critica ad interventi in contesti monumentali che vengono sviliti, sconvolti o distrutti da nuovi interventi inadeguati.

"Conservaciòn y desarrollo sostenibile en Venecia", sta in "Actas del VI Congreso Internacional Restaurar la Memoria" de AR&PA "La gestiòn del Patrimonio Hacia un Planteamiento Sostenible". Tomo I, Valladolid, Espana, Junta de Castilla y Leon, 2010, pagg. 23-26.
Il saggio muove dagli studi del Club di Roma sui "Limiti dello Sviluppo" per riscontrare i danni che la mancanza di tali limiti provoca in tutto il mondo. Nel caso di Venezia, lo sviluppo incontrollato del turismo determina il consumo fisico del patrimonio monumentale e al tempo stesso ostacola il processo di identificazione degli abitanti nella città insulare, invasa ogni anno da più di venti milioni di turisti. Collegato a tali impressionanti masse turistiche è il pericolosissimo accesso al Bacino di San Marco e al Canale della Giudecca da parte di enormi navi per turismo di una lunghezza che supera i trecento metri con più di dieci piani di cabine che trasportano più di tremila passeggeri transitando a pochi metri da Piazza San Marco provocando danni enormi ai monumenti e gravi disagi algli abitanti. Oltre a ciò la crescita incontrollata sconvolge ogni rapporto socio-economico e orienta gli amministratori alla realizzazioni di opere enormi totalmente incompatibili con la logica ambientale e tali da provocare impatti devastanti come la prevista metropolitana o le dighe mobili del progetto Mo.Se. già in fase di avanzata esecuzione.

"Le ragioni fondative del restauro architettonico", Aracne, Roma, 2010.
Il libro raccoglie nove saggi dell’autore che trattano, fra l’altro, la contrapposizione fra antico e nuovo rinvenendo i motivi dell’inutilità della trattazione come finora affrontata, la contrapposizione fra teoria e dottrina per quanto attiene il restauro, la ricostruzione e l’aggressione al patrimonio costruito da parte delle cosiddette "archistars". Nella prefazione l’autore si sofferma sul concetto di autenticità e di "ripresa" dei significati dell’architettura del passato, contro ogni funebre teoria sulla morte dell’architettura.

"Prefazione" al libro di Emma Calebich "Villa Fuerstenberg restaurata- Un intervento di conservazione e riuso di Giuseppe Cristinelli", Marsilio Editori, Venezia, 2010.
L’autore presenta il libro di Emma Calebich che tratta del restauro di Villa Fuerstenberg con i suoi annessi rustici recuperati ad altra funzione, progettato e realizzato in cantiere, assieme ad altri, da lui stesso.

"C’è un tempo per conservare e un tempo per buttare via", sta in "Italia Nostra", n.463, Giugno 2011, pagg. 22 e 23.
Nel breve articolo l’autore critica severamente gli interventi e i progetti di famosi architetti a Venezia quali Tadao Ando, Gae Aulenti, Philippe Starck, Santiago Calatrava, rinvenendone il carattere eversivo nei confronti del patrimonio costruito esistente, soprattutto se paragonati ad altre presenze eminenti architetti moderni testimoniate dalle opere di Carlo Scarpa e di Ignazio Gardella, o dai progetti non realizzati di Frank Lloyd Wright e di Louis Kahn.

"Anti-Restoration and Archistars", sta in Andrzej Kadluczka (a cura di), "Cracow Charter 2000 – 10 Yars later", Cracow, 2011, pagg 133-147.
Riprendendo l’analisi sullo stato ontologico del monumento, l’autore individua nell’intuizione (nous) lo strumento per coglierne l’essenza su di un piano fenomenologico. Prescindere da tale momento di riconoscimento induce l’intervento conservativo al mero congelamento dello stato di fatto rendendo il monumento enigmatico e alla fin fine "falso", proprio perché gli si preclude l’intelliggibilità ( San Tommaso). Se poi al reperto così imbalsamato si ritiene lecito aggiungere altri corpi edilizi senza porre limitazioni alla creatività, ecco che si presenta l’antirestauro nelle opere delle archistars. Sponsorizzati dal mercato e da rinomate riviste di architettura, questi architetti mettono in atto una vera e propria aggressione al patrimonio monumentale e diffuso perché, in mancanza di spunti creativi, è proprio nelle altissime espressioni dell’architettura del passato che essi trovano spunto all’inventività. Il saggio procede con un’ampia rassegna di tali interventi e si conclude con un elenco, al contrario, di restauri esemplari che, contrapponendosi ai primi per metodo e risultati, testimoniano una cultura ancora in grado di opporsi alla logica del mercato e allo strapotere della tecnologica.